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Chi siamo e che
cosa vogliamo
La matrice culturale del diritto d’autore
“L’opera d’arte nell’epoca della
sua riproducibilità tecnica”, scritto nel 1936 dal filosofo
Walter Benjamin (che morì suicida per sottrarsi alla
persecuzione nazista), è il titolo di un saggio in qualche
modo emblematico delle complesse contraddizioni del nostro
tempo.
Attraverso la riproducibilità
tecnica – affermava Benjamin – l’arte cessa di essere una
prerogativa aristocratica per aprirsi ad un ambito di
fruizione più vasto, soddisfacendo i bisogni psicologici di
milioni di persone. Ma a tale aspetto positivo, corrispondeva
un rischio diametralmente opposto: la decadenza
dell’esperienza estetica, privata della sua “aura” ed
assoggettata ai meccanismi manipolatori della società di massa.
Oggi, a distanza di settant’anni,
è possibile verificare sul campo la lungimiranza delle
intuizioni di Benjamin, e la concreta fondatezza delle sue
inquietudini.
Entrambi i percorsi da lui
indicati – la diffusione dell’arte e la sua
strumentalizzazione per usi consumistici – hanno avuto il loro
sviluppo e, almeno in parte, il loro compimento.
A partire dalla seconda metà del
‘900, la produzione artistica (in tutte le sue diverse forme
espressive: musica, teatro, cinema, letteratura e arti visive)
ha avuto, in effetti, una diffusione mai riscontrata in
precedenza, con il contestuale affermarsi di personalità e
movimenti che hanno lasciato il segno sull’immaginario
collettivo del nostro tempo.
Poi, progressivamente, è
iniziato un percorso di segno inverso.
Sul finire del ‘900 (nel solco
di quella deriva post-ideologica che molti studiosi
interpretano come una degenerazione del capitalismo), il
sistema produttivo si è impadronito dell’arte per fini
esclusivi di profitto. Definitivamente spogliata della sua
“aura” e sottratta al dialogo spontaneo fra creatore e
fruitore, l’opera d’arte è stata declassata al rango di
semplice “merce”, assoggettata alle leggi impersonali del
marketing.
Ciò ha comportato la progressiva
marginalizzazione del ruolo dell’artista, la cui originalità
creativa mal si adattava alle esigenze di standardizzazione
dell’“industria culturale” (secondo la nota definizione
coniata da Adorno e Horkheimer negli anni Trenta), che andava
assumendo una dimensione sempre più sovranazionale e “globalizzata”.
Un destino analogo toccava in
sorte a molti editori che avevano svolto, in passato, una
essenziale funzione di sostegno alla creazione artistica (dando
vita talvolta a celebri binomi: ad esempio, Verdi e Ricordi, o
Einaudi e Pavese...), e che venivano riassorbiti anch’essi
dalle logiche di scala, venendo declassati al ruolo di
produttori di “cloni” o di gestori di cataloghi ormai
storicizzati.
Poi, alla
svolta del Terzo millennio, ancora una trasformazione epocale,
con la definitiva affermazione di Internet e il contestuale
emergere di nuovi protagonisti economici.
«Ci stiamo affacciando a una
nuova era – scriveva nel 2000 Jeremy Rifkin – dominata dalle
tecnologie di comunicazione e dal commercio culturale: i due
fondamentali elementi del nuovo, potentissimo paradigma
economico. I professionisti della pubblicità hanno capito che
la gente è consumatrice di simboli più che di prodotti. Dunque,
il capitalismo avanzato non riguarda più la produzione di
merci o la somministrazione di servizi, ma, piuttosto, la
creazione di elaborate produzioni culturali. Nell’era prossima
ventura, il potere apparterrà ai cosiddetti gatekeepers:
coloro che controllano l’accesso sia alla cultura popolare sia
alle reti geografiche e ciberspaziali che espropriano,
confezionano e mercificano la cultura in forma di
intrattenimento ed esperienze personali a pagamento».
Nella descrizione di Rifkin era
prefigurato lo scontro, oggi combattuto
a livello planetario, fra i proprietari delle grandi reti di
trasmissione che vorrebbero sfruttare a buon mercato i diritti
d’autore (quando non addirittura negarne la legittimità
sostanziale e giuridica, come attestano i movimenti per il
“copyleft” ispirati a pretestuose ideologie libertarie), e i
produttori di contenuti, rappresentati dalle grandi “major”
internazionali detentrici dei più importanti copyright a
livello mondiale.
Mentre, per altri versi,
Internet costituisce il canale privilegiato di un rinascente
“underground” che tende a rifiutare le logiche industriali per
privilegiare il valore di nicchia di migliaia di piccole
“community”,
spesso animate da artisti
emergenti che cercano spazi di mercato alternativi.
L’Associazione
Sindacale Italiana per il Diritto d'Autore nasce in questa contradditoria
temperie culturale. Dove diventa sempre più evidente la
necessità di esorcizzare gli eccessi della “riproducibilità
tecnica”, per evitare che questa rischi di fagocitare ogni
possibilità di espressione culturale.
Ma per realizzare questo obiettivo, occorre tornare alla
centralità della figura dell’autore, e a ciò che questa
rappresenta in termini di individualità ed unicità artistica e
creativa.
Viviamo in un paese come
l’Italia che, per quanto marginale rispetto agli scenari
economici della globalizzazione, occupa una posizione
dominante nel campo della cultura, quale depositario del più
grande patrimonio artistico mondiale. E ciò non è privo di
responsabilità e implicazioni.
Lo statuto della
Associazione Sindacale Italiana
per il Diritto d’Autore guarda alla
Costituzione italiana, alla legge sul diritto d’autore del
1941 (per alcuni aspetti obsoleta, ma che ha l’indubbio
vantaggio di appartenere ad un’epoca in cui la riproducibilità
tecnica non aveva ancora prodotto i suoi guasti), e all’Ente
che, da oltre un secolo, esercita, in Italia,
l’intermediazione del diritto d’autore: la SIAE.
Da un lato le grandi
enunciazioni di principio, dall’altro gli obiettivi concreti
che a quelle enunciazioni intendono dare attuazione: questa
l’identità del nuovo sindacato. Che chiama a raccolta le
personalità più autorevoli della
cultura intorno alla difesa del diritto d’autore: una difesa
che deve idealmente coincidere con la riscoperta della sua
funzione sociale ed anche, in qualche misura, con una sorta di
“ritorno alle origini” che torni a sottolinearne la
irrinunciabile vocazione culturale: a Beaumarchais, che, sul
finire del ‘700, all’insegna del suo celebre motto “Uniti e
liberi”, rivendicava l’autonomia morale e
materiale degli autori... a
Verdi, Carducci, Verga, De Sanctis, Boito, De Amicis, che, nel
1882, fondarono la prima “Società Italiana degli Autori”...
Nella convinzione che il
ripristino di un adeguato equilibrio fra il dominio della
cultura e quello dell’economia costituisca, oggi, una delle
questioni più pressanti ed urgenti per salvaguardare gli
istituti di civiltà conquistati in epoca moderna, ed arginare
il declino che minaccia il nostro
futuro.
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