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Società degli Autori

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Copyright del giornalista:

una tutela da rilanciare

 

Sono trascorsi quasi vent’anni dal Convegno intitolato “Firma d’autore, il copyright del giornalista”, organizzato dalla SIAE e dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana (Roma, 1988, Camera dei Deputati), che mise in luce l’esigenza di tutelare il giornalista anche in qualità di autore e non solo in quanto partecipante ad un’opera collettiva, come viene considerata la redazione di un giornale.

Vent’anni durante i quali questa tutela non ha mai trovato effettiva attuazione, mentre le nuove tecnologie hanno amplificato l’utilizzo in campo giornalistico del lavoro creativo, spesso in forme abusive e non remunerate.

Per contribuire al rilancio di un settore assediato dalla precarietà e dal lavoro nero, lAssociazione Sindacale Italiana per il Diritto d'Autore ha iscritto il “copyright del giornalista” fra le aree d’interesse del suo impegno associativo.

 

È opportuno precisare che la legge sul diritto d’autore contiene diverse disposizioni che disciplinano l’opera dell’ingegno in campo giornalistico. Come affermato in apertura, un quotidiano viene considerato – al pari di un periodico – un’opera collettiva, in quanto costituisce il risultato della selezione ed organizzazione di più opere (o parti di opere) effettuate da un direttore, che viene considerato autore dell’opera collettiva stessa. Il diritto di utilizzazione economica dell’opera collettiva spetta invece (salvo patto contrario) all’editore, in quanto responsabile dell’iniziativa nonché del rischio imprenditoriale.

Nessuno, quindi, può riprodurre una pagina o un estratto di giornale senza una specifica autorizzazione dell’editore.

Anni fece scalpore il caso di una raccolta, pubblicata in una banca dati tematica, di articoli estratti da “Le Monde” e da altri quotidiani francesi, con indici disposti in ordine cronologico e suddivisi per argomenti. Seguì un contenzioso di fronte al Tribunale, e questa attività, esercitata a scopo di lucro e senza il consenso dell’editore, venne ritenuta illecita in quanto lesiva del diritto di proprietà intellettuale.

Possiamo quindi affermare, in termini generali, che la proprietà intellettuale sul giornale spetta all’editore, mentre al giornalista spetta la remunerazione per il suo lavoro – ossia la realizzazione del giornale – esercitato in qualità di lavoratore dipendente (nelle varie forme contrattuali vigenti).

Il giornalista ha comunque il diritto di utilizzare gli articoli forniti alla rivista o al giornale, per riprodurli in estratti separati o raccolti in volume, purché indichi la fonte dalla quale sono tratti. Egli può inoltre riprodurre i suoi articoli in altre riviste o giornali, salvo patto contrario.

 

Se in un passato recente la vita effimera del giornale, destinata ad esaurirsi nell’attualità della cronaca, aveva fatto ritenere sufficiente l’impostazione sopra delineata, oggi le cose sono molto diverse. Le nuove tecnologie della comunicazione hanno infatti reso possibili ulteriori sfruttamenti delle opere giornalistiche che ne giustificano una tutela anche in termini di diritto d’autore: come opere, cioè, suscettibili di più utilizzazioni nel tempo.

Ecco, a titolo di esempio, alcuni di questi “ulteriori sfruttamenti” che, con il rapido sviluppo tecnologico, divengono sempre più complessi:

a) giornali elettronici destinati ad una aggressiva concorrenza nei confronti della stampa tradizionale (anche se, in Italia, sono le versioni on line delle principali testate ad avere il maggior numero di lettori). Va sottolineato che il prodotto on line non è la semplice trasposizione in rete del giornale cartaceo. Internet offre un nuovo modo di comunicare, caratterizzato da un frequente aggiornamento delle notizie, dalla interattività con il lettore e dal dinamismo dell’informazione, che sulla rete viene rielaborata e archiviata in un contesto più ampio ed articolato. L’informazione cambia linguaggio attraverso i collegamenti ipertestuali e perde parte della sua sequenzialità, consentendo percorsi guidati dal lettore;

b) riproduzione su dischi, su video o su nastro, di articoli che vanno a costituire raccolte antologiche, cronache di avvenimenti, opere monografiche, ecc., da porre in commercio anche come libri elettronici consultabili via computer;

c) ritrasmissione su emittenti via cavo di servizi giornalistici, rubriche o redazionali, già pubblicati sui giornali o trasmessi da emittenti via etere;

d) ritrasmissione via satellite di articoli, notiziari, servizi, ecc.

Come si vede, siamo in presenza di un vasto ventaglio di esperienze, dove il lavoro giornalistico, al di là dell’uso immediato nella testata d’origine, può trovare nuove forme organizzative e nuove potenziali utilizzazioni. Sempre più frequentemente suscettibili d’essere remunerate attraverso il diritto d’autore.

I proventi derivanti da queste nuove forme di utilizzazione dovrebbero andare a vantaggio sia del giornalista che dell’editore, prevedendo un comune impegno a mezzo della SIAE (l’Ente incaricato della gestione del diritto d’autore) per ottenere giuste remunerazioni da tutti gli utilizzatori delle opere dell’ingegno, ed in particolare da quelli che si avvalgono delle nuove tecnologie.

L’esperienza sta a dimostrare che il vero dualismo, oggi, non è tra autori ed editori (che sono pur sempre due facce di una stessa medaglia), ma tra queste due categorie e le industrie e infrastrutture che operano a livello globale e che, per la stessa entità degli investimenti necessari, sono sempre più orientate a coalizzarsi in grandi conglomerati, che sono l’esatto contrario del mitizzato “caos libertario” che caratterizzerebbe la “Rete”.

 

Nonostante le difficoltà, qualche segnale di una nuova prospettiva si va delineando, soprattutto in ragione dell’adeguamento alle direttive europee.

Con la legge 248/2000, ad esempio, è stata introdotta anche nel nostro paese (seppure con quasi vent’anni di ritardo rispetto ai principali partner europei) una normativa che disciplina la “reprografia”, cioè la riproduzione delle opere dell’ingegno mediante fotocopia.

La legge consente ora la fotocopia “per uso personale” di opere protette nel limite massimo del 15% di ciascun volume o fascicolo di periodico, escluse le pagine pubblicitarie. A fronte di ciò, è dovuto un compenso agli autori ed editori da parte di parte di tutti coloro (imprese, enti o singoli utilizzatori) che fanno uso di dette fotocopie.

In campo giornalistico, un settore di particolare rilievo concernente la reprografia è rappresentato dalle rassegne stampa, ossia quelle selezioni di articoli di argomento più o meno specialistico che le imprese realizzano quotidianamente e distribuiscono ai propri dipendenti con fotocopie cartacee o via Intranet interna.

In base alle norme sulla reprografia, è oggi dovuta agli autori una giusta remunerazione per queste forme di utilizzo delle opere giornalistiche.

Difficilmente un’impresa che distribuisce una rassegna stampa si rifiuterebbe di pagare qualcosa per avere il diritto di continuare a fare le fotocopie, piuttosto che spendere l’intera somma necessaria all’acquisto dei giornali. Altrettanto può dirsi per la Pubblica Amministrazione. Negli altri paesi europei, le Società di autori percepiscono i proventi per la riproduzione reprografica in due modi distinti: a livello contrattuale, concludendo specifici accordi con gli utenti, oppure incassando un prezzo stabilito per legge sulla vendita delle fotocopiatrici (sul genere della nostra “copia privata”, applicata ai supporti vergini in campo audiovisivo e musicale).

 

Riassumendo, possiamo affermare che il Convegno citato in apertura ebbe il merito d’individuare la linea di demarcazione lungo la quale può attuarsi, in ambito giornalistico, la tutela del diritto d’autore: da un lato l’attività pubblicistica, connessa ad un apporto più esplicitamente creativo (e che perciò vede nella riforma della legge del diritto d’autore il terreno su cui fondare le proprie rivendicazioni); dall’altro l’attività dipendente, connessa alla realizzazione di un lavoro collettivo, ad un rapporto di “fabbricazione” più indistinta del prodotto giornalistico, e quindi regolabile attraverso il normale contratto di lavoro.

Il requisito della creatività (essenziale perché possa configurarsi la tutela dell’opera dell’ingegno) costituisce, in buona sostanza, il vero elemento caratterizzante del “copyright del giornalista”.

Laddove il lavoro giornalistico si limita alla semplice notizia o informazione come puro annuncio dell’evento, non può aversi tutela del diritto d’autore; quando si è in presenza di un lavoro creativo di rielaborazione ed interpretazione della notizia, l’opera giornalistica rientra invece nell’ambito di tutela di tale diritto.

Un conto è il lavoro per il quale il giornalista dipendente viene stipendiato (ossia fare il giornale) ed un’altra cosa è tutto ciò che non rientra in tale scopo: vale a dire gli sfruttamenti ulteriori.

Perché il “copyright del giornalista” possa uscire dal limbo dov’è rimasto confinato per anni e divenire una realtà effettiva capace di contribuire al rilancio della professione, occorre percorrere due strade: da una parte pensare ad una legge di riforma che guardi al diritto d’autore, e dall’altra fare leva sui criteri di definizione dei profili professionali, e quindi regolamentare il problema attraverso i sistemi contrattuali vigenti.

Due ambiti d’intervento di per sé non alternativi, ma anzi complementari, sui quali esercitare il dovuto impegno di riflessione ed azione.

 

 

 

 

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